Mario
SIRONI
Sassari, 1885
Milano, 1961
Mario
SIRONI
Sassari, 1885
Milano, 1961
Monumentalità, città e pittura murale. Percorso di un protagonista del Novecento italiano
Mario Sironi nasce a Sassari il 12 maggio 1885. È figlio di Enrico Sironi, ingegnere del Genio Civile, e di Giulia Villa, appartenente a una famiglia di tradizione culturale e scientifica. Nel 1886 la famiglia si trasferisce a Roma, dove Sironi compie gli studi. Dopo la morte prematura del padre nel 1898, manifesta un precoce interesse per il disegno, la pittura e la filosofia, avvicinandosi agli scritti di Nietzsche e Schopenhauer e sviluppando una profonda passione per la musica di Wagner.
Nel 1902 si iscrive alla Facoltà di Ingegneria, che abbandona l’anno successivo per dedicarsi interamente alla pittura. Frequenta la Scuola Libera del Nudo e stringe rapporti con Umberto Boccioni, Giacomo Balla e Gino Severini. Tra il 1905 e il 1911 attraversa una fase divisionista, influenzata dal postimpressionismo francese e in particolare da Cézanne. In questi anni svolge anche un’intensa attività come illustratore per riviste e periodici.
Dal 1913 aderisce al Futurismo, partecipando alle principali esposizioni del movimento. Pur condividendone alcune istanze, sviluppa un linguaggio personale, caratterizzato da una forte solidità plastica e da una gamma cromatica scura e terrosa. Durante la Prima guerra mondiale si arruola volontario e l’esperienza bellica incide profondamente sulla sua ricerca.
Nel primo dopoguerra si allontana progressivamente dal Futurismo e, a partire dal 1920, prende parte alla formazione del gruppo del Novecento Italiano, promosso da Margherita Sarfatti. Espone alle mostre del movimento in Italia e all’estero, affermandosi come una delle figure centrali del nuovo orientamento. In questi anni realizza le celebri periferie urbane, paesaggi architettonici desolati e monumentali che diventano uno dei temi più riconoscibili della sua produzione.
Negli anni Trenta concentra la propria attività sull’arte monumentale e sulla pittura murale, intesa come espressione collettiva e civile. Realizza importanti cicli decorativi per edifici pubblici, tra cui l’Università La Sapienza di Roma, il Palazzo di Giustizia di Milano e Ca’ Foscari a Venezia, e firma nel 1933 il Manifesto della pittura murale insieme a Carrà, Campigli e Funi. Parallelamente prosegue l’attività di illustratore, scenografo e progettista grafico.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il crollo del sistema politico e culturale cui aveva legato parte della propria visione artistica lo conduce a una fase di isolamento. Torna alla pittura da cavalletto, sviluppando un linguaggio più drammatico e materico, spesso accostato all’Informale, pur mantenendo una rigorosa struttura compositiva. La morte della figlia Rossana nel 1948 segna profondamente gli ultimi anni della sua vita.
Negli anni Cinquanta continua a esporre in Italia e all’estero e riceve importanti riconoscimenti istituzionali. Muore a Milano il 13 agosto 1961 ed è sepolto nel Cimitero Monumentale di Bergamo. La sua opera rappresenta uno dei nuclei fondamentali della pittura italiana del Novecento.
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