Lucio
FONTANA
Rosario, 1899
Varese, 1968
Lucio
FONTANA
Rosario, 1899
Varese, 1968
Spazio, luce e infinito. Percorso del fondatore dello Spazialismo
Lucio Fontana nasce nel 1899 a Rosario di Santa Fé, in Argentina, da genitori italiani. Fin dall’età scolare viene mandato in Italia e cresce tra Castiglione Olona e Milano, dove apprende la pratica artistica nello studio del padre scultore. Nel 1927 si iscrive al corso di scultura dell’Accademia di Brera, avviando un percorso che dagli esordi figurativi lo conduce rapidamente verso una sintesi personale tra modellazione e sperimentazione formale. Nel 1930 partecipa alla Biennale di Venezia e tiene la sua prima personale alla Galleria del Milione, mentre nel 1934 presenta una serie di sculture astratte in gesso e fil di ferro, tappa decisiva nella definizione del suo linguaggio.
Tra il 1935 e il 1939 si dedica con intensità alla ceramica, lavorando ad Albisola nella manifattura Mazzotti, dove sviluppa soluzioni plastiche di forte vitalità. Nel 1940 continua la ricerca su sculture a tutto tondo. Tornato in Argentina nel dopoguerra, nel 1946 contribuisce alla fondazione dell’Altamira, Escuela libre de artes plásticas, diventata in breve un centro di scambio culturale fra artisti e teorici. Nasce in questo contesto il Manifiesto Blanco, che anticipa il concetto di Concetto Spaziale, termine che accompagnerà la produzione successiva.
Rientrato a Milano nel 1947, Fontana elabora con un gruppo di giovani artisti il primo Manifesto dello Spazialismo, seguito nel 1948 e nel 1950 da nuove stesure che affermano la necessità di superare le forme tradizionali e di integrare luce, spazio e tecnologia nei processi artistici. Nel 1949 realizza alla Galleria del Naviglio Ambiente spaziale a luce nera, installazione immersiva che inaugura la serie degli ambienti spaziali. Nello stesso anno avvia il ciclo dei Buchi, tele perforate in cui gesto, superficie e spazio reale diventano elementi inscindibili.
La ricerca prosegue parallelamente alla ceramica e ottiene riconoscimento internazionale con la presenza alla mostra Twentieth-Century Italian Art al MoMA di New York (1949) e con la personale alla Biennale di Venezia del 1950. Negli anni seguenti Fontana approfondisce la dimensione pittorica e materica, culminando all’inizio degli anni Sessanta nelle opere degli Olii, tele dense di materia attraversate da tagli e perforazioni, e nei Metalli, lamiere lucenti incise o squarciate che riflettono lo spazio circostante.
Tra il 1963 e il 1964 realizza la serie delle Fine di Dio, grandi tele ovali monocrome, talvolta cosparse di lustrini, che rappresentano una delle vette della sua riflessione sul rapporto tra vuoto, luce e infinito. Segue il ciclo dei Teatrini (1964-1966), in cui cornici sagomate definiscono scenografie astratte entro cui lo spazio pittorico si apre ulteriormente.
Il 1966 segna una consacrazione internazionale con la sala a lui dedicata alla Biennale di Venezia, progettata con Carlo Scarpa: un ambiente ovale luminoso, popolato da tele bianche attraversate da un unico taglio. L’opera ottiene il primo premio per la pittura. Nel 1967 Fontana porta all’estremo il rigore formale con le Ellissi, tavole laccate attraversate da fori regolari eseguiti a macchina.
All’inizio del 1968 lascia lo studio milanese e si trasferisce a Comabbio, in provincia di Varese. Muore a Varese il 7 settembre 1968, lasciando un’eredità che ridefinisce il concetto stesso di spazio nell’arte contemporanea.
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