Giò
POMODORO
Orciano di Pesaro, 1930
Milano, 2002
Giò
POMODORO
Orciano di Pesaro, 1930
Milano, 2002
Forma, energia e spazio pubblico. Percorso di un protagonista della scultura astratta
Giò Pomodoro nasce il 17 novembre 1930 a Orciano di Pesaro, nella campagna marchigiana, in prossimità di Urbino. Dopo il trasferimento della famiglia a Pesaro frequenta l’Istituto Tecnico per Geometri, diplomandosi nel 1951. Tra il 1952 e il 1953 presta servizio militare tra Siena, Bologna e Firenze, città nella quale entra in contatto diretto con l’ambiente artistico contemporaneo e avvia le prime sperimentazioni informali, esposte alla Galleria Numero.
Dopo la morte del padre si stabilisce a Milano con la famiglia e il fratello Arnaldo. L’inserimento nel vivace contesto artistico milanese segna una fase decisiva della sua formazione. Espone con il fratello alla Galleria del Naviglio di Milano e alla Galleria Il Cavallino di Venezia e nel 1956 è invitato alla Biennale di Venezia, dove presenta una serie di argenti fusi su osso di seppia dedicati a Ezra Pound. In questi anni partecipa attivamente al dibattito artistico del dopoguerra, collaborando alla rivista Il Gesto e prendendo parte alle mostre del gruppo Continuità, accanto a Dorazio, Novelli, Turcato, Perilli, Fontana e Arnaldo Pomodoro.
Dalla fine degli anni Cinquanta Giò Pomodoro supera la fase del segno gestuale per orientare la propria ricerca verso un’organizzazione strutturale della forma. Nascono così i cicli delle Fluidità contrapposte, delle Superfici in tensione e delle Tensioni, in cui il concetto di campo energetico, equilibrio e forza diventa centrale. Nel 1959 espone a Documenta II a Kassel e nello stesso anno, alla Biennale dei Giovani Artisti di Parigi, vince il primo premio per la scultura insieme ad Anthony Caro.
Nel corso degli anni Sessanta ottiene importanti riconoscimenti internazionali: espone con sale personali alla Biennale di Venezia, alla Tate Gallery di Londra, al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles e partecipa più volte a Documenta. In questo periodo sviluppa cicli fondamentali come i Radiali, i Quadrati e le Folle, ampliando progressivamente la scala delle opere e approfondendo il rapporto tra struttura portante, spazio e materia.
Dagli anni Settanta in poi la ricerca di Pomodoro si concentra sempre più sulla scultura monumentale e sull’opera pubblica. Nel suo studio di Querceta, ai piedi delle Apuane, realizza grandi lavori in marmo, pietra e bronzo, dando vita a cicli come gli Archi, i Soli e i grandi Luoghi scolpiti, concepiti come spazi di relazione collettiva. Tra le opere più significative di questo periodo si ricordano Teatro del Sole – Solstizio d’Estate a Francoforte, Luogo di Misure a Verona, Ponte dei Martiri – Omaggio alla Resistenza a Ravenna e Sole per Galileo Galilei a Firenze.
Parallelamente svolge un’intensa attività scenografica per il teatro e l’opera lirica, collaborando con importanti istituzioni musicali e teatrali italiane. Numerose mostre antologiche in Italia e all’estero ripercorrono il suo lavoro dagli anni Cinquanta agli ultimi anni, documentando una ricerca coerente e rigorosa sul rapporto tra forma, energia, mito e spazio urbano.
Giò Pomodoro muore nel suo studio di Milano il 21 dicembre 2002. Dopo la sua scomparsa, importanti mostre retrospettive e nuove installazioni pubbliche continuano a valorizzare la sua opera. Scultore di respiro internazionale, ha sviluppato un linguaggio astratto e monumentale in cui la geometria diventa strumento poetico e civile, capace di trasformare lo spazio in luogo di esperienza collettiva.
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